sabato, 30 dicembre 2006
Belle immagini che hanno mandato in onda i telegiornali all'ora di pranzo...
Mi piacciono tutti i discorsi sui bambini e su cosa non debbano vedere e poi mentre stanno allegramente mangiando si vedono le immagini di un uomo circondato da boia che gli stringono attorno al collo la corda che lo farà morire.
Come se servisse da monito questa condanna, in barba al buon senso e al progresso etico delle società, la morte programmata servita sul teleschermo per farcela digerire fin dall'infanzia, e farcela passare come cosa buona e giusta.
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venerdì, 08 dicembre 2006
Il culto della sofferenza: la vita dei nuovi adolescenti

A costo di sembrare vetusto lancio questo monito: i ragazzini odierni stanno prendendo una direzione che definire preoccupante è molto riduttivo.
Ci sono vari modi di leggere questa situazione, e spesso i media si lasciano andare alla lettura più superficiale e fine a se stessa che si possa fare: la mera individuazione dei sintomi tralasciando la natura del malore.
Allora ecco che si parla di anoressia, di modelli di riferimento sbagliati: donne in passerella eccessivamente magre che condizionano i gusti delle ragazzine, che non si accontentano più di essere in forma ma vogliono diventare magrissime. E' una cosa grave, ma verrebbe da chiedersi da che cosa si origina questa volontà ad uniformarsi a modelli che sanno di malattia, di debolezza, di malessere.

La nuova frontiera è, a mio parere, proprio la sofferenza. Giovani che hanno tutto a portata di mano, soldi in abbondanda, vestiti, videogiochi, telefonini appena usciti sono annoiati dalla vita e covano dentro un profondo senso di disagio che nessun bene materiale può cacciare. Nasce così il culto della sofferenza, che si traduce in un aspetto estetico al limite del cadaverico, con la pelle bianca, gli occhi sgranati contornati dal nero, i fisici gracili che fanno fatica a muoversi e così via.
Modelli musicali che cantano di suicidio, di insofferenza fine a se stessa, di abbandono al malessere: il canto di una disperazione senza direzione, un disagio che ha come unica spiegazione la voglia di star male.

In questo contesto il farsi male diventa una moda, il suicidio un modello da emulare: questa vita non mi piace e la faccio finita. E' un distacco pressoché totale dalla natura animale che è insita anche nell'uomo, che trova nella soddisfazione dei propri bisogni la felicità e ha come primo scopo la salvaguardia della propria vita.
postato da: iodio9 alle ore 15:01 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 04 dicembre 2006
L'inevitabile dualità dell'essere umano

Fin dal principio l'uomo si è unito ai suoi simili per formare gruppi, d'altronde non è il genere di essere vivente capace di cavarsela da solo, necessita del "lavoro di squadra" anche per la mera sopravvivenza. Oltre ad essere un'esigenza pratica, lo stare insieme è anche (o innanzitutto?) un'esigenza emotiva: l'uomo che vive in una condizione di estrema solitudine non è una persona completa. C'è estremo bisogno della compagnia di altri esseri umani per poter condurre un'esistenza felice.
Tuttavia la natura dell'uomo è competitiva, c'è un naturale istinto a misurarsi con gli altri, a dimostrare di essere migliori in qualcosa, e si sente anche l'esigenza di imporsi sugli altri.
Ognuno ha delle idee ed è intimamente convinto che siano quelle giuste, le migliori, dunque vorrebbe che anche gli altri avessero le sue stesse idee: in molti pensano che questa sia la base di ogni conflitto.
Capire dove dobbiamo limitarci è molto semplice: la nostra libertà di scelta trova il limite nel confine con la sfera delle libertà dell'altro. Dunque se una cosa che noi vogliamo fare procura un danno, di qualsiasi tipo, ad un altro, è chiaramente al di fuori dell'ambito della nostra legittima libertà.
Ma come far coesistere questo desiderio di scelta con il fatto che, fin da quando si viene al mondo, ci si trova a dividere praticamente tutto con altre persone?
In tanti ritengono sia giusto continuare a perseguire solo i propri scopi, quindi vivendo in una società in comune con gli altri ma agendo come se si fosse soli al mondo.
Insomma lo spazio vitale umano quasi sempre eccede i limiti imposti dalla convivenza, sia essa famigliare o societaria, finendo inevitabilmente per invadere lo "spazio" altrui.
Ecco quindi la dualità, un uomo che ha estrema necessità degli altri per portare avanti la sua stessa vita  ed essere felice e lo stesso uomo che non riesce a esprimersi completamente perchè è limitato dall'eccessiva "vicinanza" imposta dall'aver creato un gruppo.
postato da: iodio9 alle ore 18:29 | Permalink | commenti (3)
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