L'ESIGENZA DELL'ESSERE SUPERFICIALI
Io non lo capisco: dialogo e mi confronto generalmente con persone tra i 20 e i 30 anni, quasi tutte iscritte all'università o laureate. Nonostante siano spesso individui (e questo termine non è messo lì a caso) di indubbia intelligenza e con un discreto bagaglio culturale, tendono sempre ad interessarsi di cose frivole. La vita è fatta anche di risate, battute cretine e gioie "basse": chi vuol vivere sempre al di sopra di questo, con la testa persa sempre in alta filosofia, matematica e via dicendo, non è migliore di chi pensa soltanto a bei culi, risate facili e partite di calcio. Ma il cervello, come lo stomaco, va nutrito di schifezze come di cibi raffinati, cercando un'eterogeneità che è sicuramente il modo migliore di vivere.
Eppure niente, mi scontro continuamente con chi, pur risultando vincente e capace nelle prove della vita, siano esse didattiche o sociali, non vuole considerare che potrebbe essere appagante anche impegnare la propria mente in qualcosa di più alto.
Ignorare ad esempio quello che succede nel panorama politico significa rinunciare a scegliere, a dare il proprio contributo all'evoluzione dello stato. Ma questi non hanno capito minimamente l'importanza della società, alla quale volente o nolente si appartiene. Se uno di questo, soltanto uno, avesse i coglioni di andarsene via e vivere in solitudine in una caverna su di un monte, contemplando il mondo dall'alto della solitudine, allora capirei. Ma fintanto che stai alle regole dello stato, hai un lavoro e guadagni, devi rispettare le leggi che ti sono imposte, allora tanto vale rendersene partecipi e cercare di non subire passivamente e basta.
Non si riesce ad inculcare questo concetto in molte menti, che credono che tutto vada avanti al meglio indipendentemente da loro. Il che può anche essere vero fintanto che ci sono molte persone che se ne interessano, ma se tutti la pensassero così, il vivere allo stato brado non sarebbe più una scelta, ma l'unica condizione possibile.
Io non lo capisco: dialogo e mi confronto generalmente con persone tra i 20 e i 30 anni, quasi tutte iscritte all'università o laureate. Nonostante siano spesso individui (e questo termine non è messo lì a caso) di indubbia intelligenza e con un discreto bagaglio culturale, tendono sempre ad interessarsi di cose frivole. La vita è fatta anche di risate, battute cretine e gioie "basse": chi vuol vivere sempre al di sopra di questo, con la testa persa sempre in alta filosofia, matematica e via dicendo, non è migliore di chi pensa soltanto a bei culi, risate facili e partite di calcio. Ma il cervello, come lo stomaco, va nutrito di schifezze come di cibi raffinati, cercando un'eterogeneità che è sicuramente il modo migliore di vivere.
Eppure niente, mi scontro continuamente con chi, pur risultando vincente e capace nelle prove della vita, siano esse didattiche o sociali, non vuole considerare che potrebbe essere appagante anche impegnare la propria mente in qualcosa di più alto.
Ignorare ad esempio quello che succede nel panorama politico significa rinunciare a scegliere, a dare il proprio contributo all'evoluzione dello stato. Ma questi non hanno capito minimamente l'importanza della società, alla quale volente o nolente si appartiene. Se uno di questo, soltanto uno, avesse i coglioni di andarsene via e vivere in solitudine in una caverna su di un monte, contemplando il mondo dall'alto della solitudine, allora capirei. Ma fintanto che stai alle regole dello stato, hai un lavoro e guadagni, devi rispettare le leggi che ti sono imposte, allora tanto vale rendersene partecipi e cercare di non subire passivamente e basta.
Non si riesce ad inculcare questo concetto in molte menti, che credono che tutto vada avanti al meglio indipendentemente da loro. Il che può anche essere vero fintanto che ci sono molte persone che se ne interessano, ma se tutti la pensassero così, il vivere allo stato brado non sarebbe più una scelta, ma l'unica condizione possibile.

