giovedì, 24 agosto 2006
L'ESIGENZA DELL'ESSERE SUPERFICIALI
Io non lo capisco: dialogo e mi confronto generalmente con persone tra i 20 e i 30 anni, quasi tutte iscritte all'università o laureate. Nonostante siano spesso individui (e questo termine non è messo lì a caso) di indubbia intelligenza e con un discreto bagaglio culturale, tendono sempre ad interessarsi di cose frivole. La vita è fatta anche di risate, battute cretine e gioie "basse": chi vuol vivere sempre al di sopra di questo, con la testa persa sempre in alta filosofia, matematica e via dicendo, non è migliore di chi pensa soltanto a bei culi, risate facili e partite di calcio. Ma il cervello, come lo stomaco, va nutrito di schifezze come di cibi raffinati, cercando un'eterogeneità che è sicuramente il modo migliore di vivere.
Eppure niente, mi scontro continuamente con chi, pur risultando vincente e capace nelle prove della vita, siano esse didattiche o sociali, non vuole considerare che potrebbe essere appagante anche impegnare la propria mente in qualcosa di più alto.
Ignorare ad esempio quello che succede nel panorama politico significa rinunciare a scegliere, a dare il proprio contributo all'evoluzione dello stato. Ma questi non hanno capito minimamente l'importanza della società, alla quale volente o nolente si appartiene. Se uno di questo, soltanto uno, avesse i coglioni di andarsene via e vivere in solitudine in una caverna su di un monte, contemplando il mondo dall'alto della solitudine, allora capirei. Ma fintanto che stai alle regole dello stato, hai un lavoro e guadagni, devi rispettare le leggi che ti sono imposte, allora tanto vale rendersene partecipi e cercare di non subire passivamente e basta.
Non si riesce ad inculcare questo concetto in molte menti, che credono che tutto vada avanti al meglio indipendentemente da loro. Il che può anche essere vero fintanto che ci sono molte persone che se ne interessano, ma se tutti la pensassero così, il vivere allo stato brado non sarebbe più una scelta, ma l'unica condizione possibile.
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venerdì, 04 agosto 2006
Quanto siamo davvero liberi?
Quant'è ampio il nostro spazio di manovra nella vita?
Alcune persone credono nel destino, come se tutto fosse già scritto e quindi noi non fossimo altro che attori inconsapevoli che recitano il loro testo prestabilito illudendosi di scriverlo giorno per giorno.
C'è invece chi ritiene che tutto dipenda dalla nostra volontà, i nostri successi e i nostri fallimenti, quello che siamo è solo responsabilità delle nostre scelte.
La mia visione è leggermente differente, ma finisce per perdersi tra dubbi che non troveranno mai una risposta adeguata.
Non credo in Dio e non credo in un destino, non credo nel futuro ma nel presente e nel passato, penso che abbiamo un margine di manovra entro il quale possiamo muoverci e condizionare la nostra esistenza, ma penso anche che sia davvero limitatissimo.
Nasciamo in un modo e non siamo altro che quello che i nostri geni e le nostre esperienze ci hanno reso. Prendiamo due gemelli omozigoti perfettamente identici e facciamoli crescere in due condizioni completamente diverse: avremo due persone differenti.
Prendiamo due persone geneticamente molto distanti e facciamole crescere nella stessa situazione: avremo anche questa volta due persone differenti.
Questo ci fa capire come entrambe le cose, genetica ed esperienze di vita, ci rendano infine quello che siamo. Discorso piuttosto semplice e per nulla innovativo, ma qui subentra la mia visione.
Le situazioni ci pongono difronte ad un bivio: inizialmente la nostra esperienza è praticamente nulla e quindi a farci scegliere (nei casi in cui abbiamo piena libertà di scelta) è il nostro corredo genetico, decidiamo in base a quello che siamo a livello biologico.
Poi si va avanti con la vita e ci si trova nuovamente dinnanzi ad un bivio, cosa determinerà la nostra scelta?
Dinuovo, i nostri geni e le esperienze precedenti. Ma se le prime esperienze sono state condizionate unicamente dai geni (e in un certo senso dal caso), dove sta la nostra libertà di scelta?
Adesso che siamo persone adulte, ci ritroviamo guardacaso difronte a scelte, come scegliamo?
Non scegliamo un cazzo, il nostro bagaglio di esperienze è lì, nel passato già compiuto, i nostri geni sono sempre quelli, mi spiegate dove sta il libero arbitrio?
Ogni scelta è già scritta, ma non da un Dio o da un futuro preesistente, bensì da quello che siamo. E' come lanciare una moneta in aria: testa o croce dipenderà da fattori ben precisi, fissati quei fattori, il risultato non può essere che quello.
Quindi, concludendo, nella vita, tramite esperienze e geni, abbiamo già fissato tutti i fattori, tutte le variabili, quindi in linea teorica sappiamo già il risultato.

postato da: iodio9 alle ore 13:35 | Permalink | commenti (5)
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